Se comunichi male distruggi prodotti e reputazioni

STORIA DELLA COMUNICAZIONE

La storia della Comunicazione non è mai stata scritta, sebbene diverse discipline ne approfondiscono la conoscenza, come la linguistica e la psicologia; altre ne evidenzino gli effetti e gli utilizzi, come la semiologia e la semantica; altre ancora ne utilizzino il potere pragmatico, come la retorica, la psicoterapia ed il marketing
Come è stato fatto notare da Paul Watzlawick, si possono rilevare tre filoni di studio della comunicazione, quella relativa alla sintassi del linguaggio, quella che pertiene alla semantica e, infine, quella che si occupa della pragmatica. 
I primi due filoni sono stati ampiamente analizzati e sviluppati all’interno delle discipline linguistiche, letterarie e filosofiche, il terzo invece è stato da tempo immemore ritenuto il terreno della persuasione, dell’influenzamento e della manipolazione e, pertanto, qualcosa da tenere segreto e ad uso solo da parte di chi comanda e di chi potesse usarne il potere al meglio.
Non a caso Platone liquida tutta la Sofistica come “disonesta arte manipolatoria”, per poi egli stesso farne ampio uso nel presentare il proprio pensiero e fondare la moderna Filosofia; lo stesso vale per il suo allievo Aristotele, fondatore della Logica razionale. Basti a tal riguardo la citazione di quest’ultimo “se vuoi convincere qualcuno devi farlo attraverso le sue stesse argomentazioni”, indicazione questa decisamente Sofistica. Nei secoli successivi ai due fondatori del pensiero occidentale, la retorica della persuasione continua ad essere bollata strumento diabolico utilizzato da eretici contro la “Verità” dichiarata e dimostrata. Tuttavia, son proprio i detentori del “Vero Sapere” a farne uso. Basti pensare alla Scolastica, i cui grandi maestri come Tommaso D’Aquino, Abelarda ed altri famosi, erano specializzati nella oratoria, ovvero nella capacità di persuadere i loro ascoltatori delle proprie tesi. Addirittura, questi svilupparono tecniche argomentative come la sequenza tra tesi, antitesi, controtitesi e sintesi dell’argomentazione, che conduceva alla dimostrazione della prestabilita Verità da trasmettere, attraverso una serie di funambolismi logici che la rendevano inoppugnabile.
Come non citare poi la famosa “Scommessa di Pascal”, tecnica retorica della illusione di alternative, per condurre a ritenere conveniente e ragionevole credere in Dio e pregarlo. Oppure l’uso della retorica nel realizzare l’accordo da parte di Federico il Grande, per mettere fine alle crociate e al conflitto tra mondo cattolico e islamico. O come non ricordare la abilità pragmatica del cardinale Ballermino nel suggerire a Galileo come correggere retoricamente le sue affermazioni, senza cambiare il reale significato, per non finire al rogo. O ancora, da un campo meno sospetto di artifici, come quello della scienza, la retorica persuasiva usata da Darwin per indurre i suoi finanziatori ad investire nei suoi progetti di ricerca, convincendoli prima di ciò che avrebbe dimostrato dopo. Sino agli utilizzi moderni della comunicazione di massa per la propaganda politica, basti pensare alla retorica di Mussolini che aveva persuaso la maggioranza degli italiani alla ideologia fascista, e a quella di Hitler, dapprima suo grande ammiratore, tanto che ne copiò lo stile di propaganda amplificandolo.

La pragmatica trova finalmente dignità scientifica e chiara esposizione delle sue caratteristiche e strumenti solo verso la metà del secolo scorso quando Gregory Bateson realizzò il suo ben noto progetto di studio della comunicazione. Tale progetto interdisciplinare coinvolse scienziati di diversa matrice nello studio di come la comunicazione influenzasse la vita degli esseri umani e di come questa potesse essere strumento operativo nei diversi ambiti disciplinari, dalle relazioni internazionali, alla psicoterapia, dalla cibernetica, allo studio dell’apprendimento, dall’epistemologia, all’addestramento degli animali.
Forse vale la pena di ricordare, perché non è certo un dato indifferente, che il finanziamento di questo grande progetto fu fatto con i denari destinati alle forze armate in quanto la Seconda Guerra Mondiale aveva messo ancora più in evidenza il potere della comunicazione. Basti a questo riguardo pensare che il matematico Von Neumann, autore della teoria dei giochi, durante il periodo bellico era a capo del team che si occupava di decriptare i messaggi spionistici e creare la comunicazione del controspionaggio americano.
Il grande merito di Bateson fu di unificare lo sforzo delle migliori menti dell’epoca allo scopo del primo grande studio sistematico sugli effetti pragmatici della comunicazione. Da tale lavoro sono poi fioriti numerosi ulteriori studi e ricerche, ma, sicuramente, il lavoro che ha reso più influente il frutto di tutto l’iniziale progetto di Bateson è quello di Paul Watzlawick.
Questi, dapprima, redasse la prima Antologia sulla comunicazione che riportava una sintesi degli esiti del grande progetto, dopodiché, nel 1967, pubblicò “Pragmatica della comunicazione umana”, testo divenuto la “Bibbia” di generazioni di studiosi dell’interazione umana basato su come i nostri modi di comunicare ci conducono a costruire le nostre realtà. Il primo postulato della pragmatica: non si può non comunicare, conduce alla diretta conseguenza che non si può non influenzare o essere influenzati dal nostro rapporto comunicativo con gli altri, col mondo, con noi stessi. Questo concetto è fondamentale quando si voglia analizzare la comunicazione poiché sgombra il campo da qualunque posizione determinista e moralista mettendo in risalto l’ineluttabilità del processo di influenzamento tra gli individui. Inoltre, il termine influenzamento si riferisce proprio agli effetti pragmatici, ovvero a come il comunicare induce atteggiamenti e produce comportamenti.

All’interno di questo costrutto possiamo rilevare differenti modalità per produrre l’influenzamento:

il persuadere,
– il convincere,
– il manipolare.

Il primo si riferisce in particolare alla retorica della persuasione, ovvero ai metodi per portare dolcemente e senza forzature l’interlocutore a convincersi delle nostre tesi come se fossero i suoi personali raggiungimenti, attraverso le forme del comunicare, una riscoperta dell’antica sofistica.
In questa direzione vanno gli studi di Austin (1962), Untersteiner e dell’autore di queste righe (Nardone, Watzlawick, 1990; Nardone, 1991; Nardone, 2003; Nardone, Salvini, 2004).
Il convincere si riferisce ad un processo all’interno del quale attraverso argomentazioni che fanno leva sui significati espliciti si giunge a portare l’interlocutore ad assumere le nostre visioni. In questo caso, pertanto, sono i significati attribuiti e l’accordo su questi a creare il convincimento. Su questa scia sono importanti i contributi degli autori che si rifanno agli approcci cognitivisti (Petty, Cacioppo, 1981; Eagly, Chaiken, 1984). Il manipolare si riferisce al “costringere” in maniera diretta o indiretta l’altro ad assumere i comportamenti desiderati usando allo scopo tutti i possibili artefici della comunicazione. Contributi in questa direzione sono quelli di Cialdini (1984), Moscovici (1979), Zimbardo (1991), Milgran (1974), Doise (1986).

Usando un altro criterio di definizione potremmo definire la persuasione il processo della dialogica, il convincimento quello della dialettica, la manipolazione lo strumento del condizionamento. 

Nessuna delle tre modalità per produrre gli effetti pragmatici desiderati può essere ritenuta buona o cattiva in sé, ma, come più volte Watzlawick ha scritto, è l’uso che se fa che le rende tali. In altri termini è lo scopo da raggiungere che rende lo strumento utilizzato etico o non etico. 
Se un chirurgo manipola un paziente gli salva la vita, se un nutrizionista condiziona un obeso a una buona dieta e a un programma motorio lo rende sano, se si condizionano militari, atleti o artisti ad eseguire atti estremi, si eleva la loro performance. Cosiccome se persuado una paziente anoressica a ricominciare a mangiare le salvo la vita, se conduco uno stolker a cessare l’abuso psicologico vero la persona amata salvo entrambi. Se faccio cambiare punto di vista ai due contendenti di un conflitto riesco a creare l’accordo. Questo sta ad indicare che non si può ritenere etico o corretto solo ciò che è fin da principio onestamente dichiarato come intento, perché assumendo questa posizione, solo un processo interattivo di tentativo di convincimento attraverso esplicite modalità e sincere dichiarazioni potrebbe essere ritenuto tale. Ma chi si propugna questa visione in nome di una visione più etica del comunicare si dimentica tutto ciò che si riferisce ai processi di autoinganno e al come nella comunicazione tra sé e sé sia letteralmente impossibile, in quanto le nostre auto percezioni sono influenzate da numerosi fattori ben poco controllabili. Pertanto, io posso illudermi di essere sincero ma in realtà sono influenzato dai miei autoinganni. La madre che, ad esempio, difende disperatamente il figlio abusatore, sostiene con tutta sincerità che egli è buono e non ha mai dato segnali in tale direzione, ma, come ben si sa, non si vede quello che è troppo scomodo da vedere, cosiccome l’innamorato/a tradito/a non vede le evidenze che lo condurrebbero a sospettare o a scoprire i fatti. 

Questo sta a indicare che le forme del comunicare non possono essere mai qualcosa di “vero” nel senso assoluto ma sono sempre veicoli che conducono a certi effetti. Non esiste una comunicazione buona e una cattiva, è l’obiettivo da raggiungere attraverso tale strumento di cui il più delle volte le persone non son padrone o consapevoli, che la rende tale.
Allora, si rende necessario assumere una posizione disillusa e studiare in modo approfondito i linguaggi e i modi del comunicare come strumenti di cui dobbiamo acquisire sempre più competenza. In secondo luogo tener presente che non basta sapere per controllare o gestire il nostro modo di comunicare, si deve soprattutto sapere fare e questo richiede un vero e proprio addestramento all’uso della comunicazione nei suoi aspetti verbali, non verbali e paraverbali (Nardone et al., 2006), poiché solo se so usare bene tali strumenti potò essere in grado si scegliere quando, come e a che scopo utilizzarli. Non solo, ma prima di tutto, sarò in grado di non farmi manipolare, persuadere o convincere troppo facilmente come accade, purtroppo, alla maggioranza delle persone non esperte. Pertanto, saper comunicare ed essere esperti delle varie modalità per convincere, persuadere e manipolare, diviene prerogativa essenziale per divenire liberi e responsabili di ciò che creiamo e viviamo nel rapporto con noi stessi, gli altri ed il mondo.

 

Bibliografia

 

  • Austin, J.L. (1962). How to do things with words. Cambridge: Harvard University Press.
  • Cialdini, R.B. (1984). How and why people agree to things. New York: William Morrow and Co.
  • Doise, W., Palmonari, A. (a cura di) (1986). L’étude des représentations sociales. Paris: Delachaux et Niestlé.
  • Eagly, A.H., Chaiken, S. (1984). Cognitives theories of persuasion, in L. Berkowitz (a cura di), Advances in experimental social psychology. New York: Academic Press.
  • Milgram, S. (1974). Obedience to Authority: an experimental view. New York: Harper and Row.
  • Moscovici, S. (1979). Social influence and social change. London: Academic Press
  • Nardone, G. (1991). Suggestione! Ristrutturazione= cambiamento. L’approccio strategico e costruttivista alla psicoterapia breve. Milano: Ponte alle Grazie.
  • Nardone, G. (2003). Cavalcare la propria tigre. Milano: Ponte alle Grazie.
  • Nardone, G., Salvini, A. (2004). Il dialogo strategico. Milano: Ponte alle Grazie.
  • Nardone, G., Loriedo, C., Zeig, J. (2006). Ipnosi e terapie ipnotiche. Milano: Ponte alle Grazie.
  • Nardone, G., Watzlawick, P. (1990). L’arte del cambiamento. Milano: Ponte alle Grazie.
  • Petty, R.E., Cacioppo, J.T. (1981). Attitudes and persuasion: classic and contemporary approaches. Dubuque: Brown Company Publishers.
  • Watzlawick, P., Beavin, J., Jackson, Don D. (1967). Pragmatics of human communication: a study on interactional patterns, pathologies and paradoxes. New York: W. W. Norton and Co.
  • Zimbardo, P.G., Leippe, M.R. (1991). The psychology of attitude change and social influence. New York: McGraw-Hill.
Storia della Comunicazione ultima modifica: 2015-11-27T10:32:35+00:00 da Redazione STC