Il modello si avvale di due strumenti operativi principali, che funzionano in simbiosi come “due facce della stessa medaglia”.
Il Problem Solving Strategico
Questa non è una semplice tecnica di risoluzione dei problemi, ma un modello rigoroso e al contempo flessibile per concettualizzare e risolvere qualunque tipo di difficoltà.
La sua applicazione si basa su alcuni principi cardine:
● Spostamento di Paradigma: L’analisi si sposta da una logica causale-lineare (“Perché esiste questo problema?”) a una logica funzionale-circolare (“Come funziona e persiste questo problema, qui e ora?”). Il professionista strategico non è un archeologo del passato che scava alla ricerca delle cause remote, ma un ingegnere del presente che interviene sui meccanismi che mantengono in vita il problema.
● La “Tentata Soluzione Ridondante”: Questo è il concetto diagnostico e operativo centrale del modello. La “tentata soluzione” è tutto ciò che la persona o il sistema mette in atto nel tentativo di risolvere il problema. Paradossalmente, è proprio la ripetizione di questi tentativi fallimentari a mantenere, e spesso a peggiorare, la situazione che vorrebbero risolvere. Identificare e interrompere queste “tentate soluzioni” è la chiave di volta dell’intervento.
● Logica Non Ordinaria: Per aggirare la resistenza al cambiamento, che è spesso basata su una logica razionale e lineare, il modello impiega stratagemmi basati su una logica non ordinaria (paradossale, contro-intuitiva). Tecniche come “chiedere di peggiorare” (il cliente, nel cercare di immaginare come peggiorare la situazione, scopre involontariamente cosa la mantiene e come evitarlo) o “prescrivere il sintomo” (ordinare al cliente di mettere in atto volontariamente il comportamento problematico, facendogliene perdere il controllo involontario) sono progettate per creare una “esperienza emozionale correttiva”. Questa è un’esperienza concreta che smentisce la percezione disfunzionale del cliente e apre la strada a nuove reazioni e comportamenti.
La Comunicazione e il Dialogo Strategico performativo
Il processo di problem-solving è inestricabilmente legato a una forma di comunicazione sofisticata e finalizzata, il “Dialogo Strategico Performativo”.
Questo non è un semplice colloquio, ma una tecnica avanzata per condurre un’interazione capace di indurre cambiamenti radicali.
● Un Processo “ad Imbuto”: Il dialogo è strutturato come un imbuto. Si parte da domande ampie per poi stringere progressivamente il campo, utilizzando una sequenza di domande strategiche che guidano l’interlocutore a “scoprire” nuove prospettive e soluzioni come se fossero una sua autonoma conquista.
● Linguaggio Evocativo e Persuasorio: La comunicazione strategica fa un uso massiccio di parafrasi ristrutturanti, analogie, aforismi e metafore. Questi strumenti non servono a spiegare razionalmente, ma a “evocare sensazioni” e a ristrutturare la percezione della realtà del cliente, rendendo il cambiamento un’esperienza non solo possibile, ma naturale e desiderabile. L’obiettivo non è convincere, ma persuadere attraverso l’esperienza, rendendo il cambiamento prefissato “inevitabile”.
- L’Obiettivo Finale: Lo scopo ultimo di questa “danza comunicativa” è smantellare abilmente la costruzione della realtà disfunzionale del cliente e co-costruire insieme a lui una nuova cornice percettiva e reattiva, più funzionale. L’obiettivo non è convincere, ma persuadere attraverso l’esperienza, rendendo il cambiamento prefissato “inevitabile”.
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L’epistemologia del modello Nardone si fonda su un principio radicalmente pragmatico e costruttivista, che inverte la massima tradizionale “conoscere per cambiare”. Il modello opera secondo il principio del “cambiare per conoscere”. L’azione e l’esperienza vissuta hanno la priorità sull’insight cognitivo. Le tecniche strategiche non sono progettate per fornire al cliente una comprensione intellettuale illuminante delle proprie dinamiche, ma per indurlo a compiere un’azione o a vivere un’esperienza che contraddica concretamente la sua realtà problematica.
Ad esempio, UN MANAGER PARALIZZATO DALLA PAURA DI SBAGLIARE non riceve un’analisi delle sue insicurezze infantili, ma viene guidato attraverso un dialogo o una prescrizione comportamentale a vivere una “esperienza emozionale correttiva”. Potrebbe essergli chiesto di commettere deliberatamente un piccolo errore controllato, scoprendo che le conseguenze non sono catastrofiche e che l’ansia anticipatoria era il vero problema.
Questa nuova esperienza diventa il dato di fatto che forza una ristrutturazione cognitiva ed emotiva. Il cliente sa che le cose possono essere diverse perché ha appena fatto o sentito qualcosa di diverso. La conoscenza, quindi, non è il prerequisito del cambiamento, ma la sua diretta conseguenza